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Nota al testo di: Gildo Matera

 

 

 

discusso lungamente con l'architetto il cui nome si è perso nella polvere del tempo, aveva

immaginato come sarebbe venuto il tempio, ma il vederlo dovette senz'altro dargli una

sensazione di stupore tale da trapassargli l'anima. E come parlavano lui e gli altri allora?

Qui ho abusato. C'era la necessità di rendere un testo drammatico comprensibile. Le fonti in

mio possesso parlavano latino, seppur molte tradotte in italiano moderno. Ma la scuola

poetica siciliana di Federico II, Ciullo d'Alcamo, Dante, Petrarca, Boccaccio, dovevano ancora

arrivare. La lingua italiana ancora non era nata,anche se già si affacciavano delle vistose

trasformazioni. Ed il popolo come si esprimeva? Come si esprimeva quel coacevo di etnie

diverse stabilitesi nell'isola attraverso le varie conquiste? Quale dialetto parlavano i Greci?, i

Latini, gli Arabi che vivevano nei diversi quartieri di Palermo,o nelle zone interne dell'isola, e vi

svolgevano le loro attività, i loro commerci? Come si esprimevano gli Ebr ei, provenienti dalle

zone mussulmane, approdati anche loro a Palermo e nell'isola con le loro pregiate mercanzie,

con le loro pratiche d'usura? Ho preso la scorciatoia. I miei personaggi parlano, gli uni un

italiano a volte un pò arcaico, gli altri un siciliano "stretto, un pò simile al dialetto di taluni

centri dell'interno dell'isola, dove la contaminazione, come per la lingua italiana, non è

avvenuta.

Non so se vi sono riuscito per il linguaggio e le altre cose, se ho lasciato sfuggirmi fatti e

avvenimenti che meritavano di diventare corpo e anima della mia rappresentazione. Diciamo

che ho fatto, con i limiti propri degli umani, qualcosa che fosse meno indegna possibile -

direbbe un poeta - di cotanta magnificenza.

 

 

 

Quando vidi per la prima volta il Duomo di Monreale ero ancora un ragazzo rimasi incantato di

tanta bellezza, come si incantano tutti coloro che varcano la soglia del tempio per la prima volta

e non soltanto. Da allora, senza sottrarmi allo sguardo benevolo del Cristo, ho cercato di

scorgere qualcosa di nuovo, di nascosto,di lasciato nell'ombra: il tracciato di un segno, la

morbidezza d'una veste intessuta di pietre e divenuta una trina, uno sguardo di tessere colorate

che penetra l'anima e la seduce. Ma quello che ha sollecitato in me la curiosità è il periodo storico

in cui il Tempio venne edificato.

Un perido in cui Palermo passava dal dominio degli arabi a quelo dei normanni - dei soldati di

ventura al soldo di potenti, ma soprattutto della Chiesa di Roma, con la quale strinsero un patto

di fedeltà - che andava incontro al nemico al grido di: "Dex aiè, Dio aiuta!".

Degli avventurieri, dunque, capaci di dar di spada, ma sensibili alla civiltà superiore - quella

mussulmana - trovata nell'isola che, scrive Jean Hurè, "essi vollero assimilare nel campo

intellettuale ed artistico", tanto da rivaleggiare con lo splendore del mondo bizantino facendo

edificare opere di rara belezza come il Duomo di Monreale.

Molte volte ho tentato di scrivere una rappresentazione storica e spettacolare di

quell'avvenimento, cosi tanto importante. Soltanto in questo 1998, dopo mesi e mesi di ricerche,

sulla scorta di fonti attendibili, desunti dagli archivi storici della Storia Patria, della biblioteca dei

padri cappuccini e da quella della Regione Sicilia, dalle miscelanee, dai testi di un cronista di quel

tempo, ho potuto, inserendovi quel tanto di fantasia credibile che l'insieme delle fonti mi ha

suggerita, ricostruire quei giorni, cosi tanto lontani, i personaggi, immaginare il loro mondo.

Cosa disse Guglielmo quando vide nella sua fortezza, la realizzazione del suo sogno. Aveva

seguito le varie fasi della costruzione sin dai progetti, aveva dato suggerimenti, aveva senz'altro

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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